Donna e natura

In uno studio storico approfondito svolto da Carolyn Merchant, storica della scienza all’università di California a Berkeley, viene messo in risalto un parallelismo esistente, nell’ambito delle diverse culture e dei diversi periodi storici della cultura occidentale, tra l’atteggiamento della società nei confronti della natura e quello nei confronti della donna.
La terra è sempre stata madre, così come il cielo è stato considerato padre: natura donna e cultura uomo, archetipicamente parlando. Ogni qualvolta era in auge una civiltà in cui le donne erano rispettate e valorizzate, vi era anche un rapporto corrispondente nei confronti della natura. Si può fare l’esempio dell’antica Grecia, del rinascimento, dei nativi americani. Quando invece prende il sopravvento un atteggiamento maschilista, che nega il valore della cultura femminile e l’importanza delle facoltà che le sono più congeniali – l’espressione del sentimento, l’intuizione, la ricerca della sintesi, la spiritualità – contemporaneamente viene assunto nei confronti dell’ambiente naturale un comportamento aggressivo, utilitaristico, di sfruttamento senza remore.
La donna è più legata alla terra e alla comprensione dei suoi ritmi e dei suoi cicli, essendo anch’essa progenitrice, il suo corpo le insegna a comprendere e accompagnare i processi della natura e questo la rende naturalmente orientata all’accoglienza. Per millenni, come gli studi sui miti prepatriarcali hanno rivelato, il femminile è stato l’archetipo dominante dell’esistenza umana e la donna è diventata depositaria di conoscenze legate all’arte della guarigione e della connessione con il divino, sciamana e sacerdotessa.

Oggi c’è un eccessivo androcentrismo dell’organizzazione sociale, in cui si è persa una modalità più femminile di atteggiamento nei confronti della vita, con la sua connessione ai processi vitali essenziali e con la sua consapevolezza ecologica profonda. Nulla più sa la donna di oggi del suo potere, del suo legame con le forze della vita, della sua energia creativa e della sua forza intrinseca che attinge a quella della terra. Oggi ci raccontano le streghe come megere che ballano di notte nei boschi o solcano i cieli sulle scope, ma quello che è stato annientato – dopo il medioevo – non sono state vecchie signore vestite di nero, ma la consapevolezza della donna del suo potere, della sua saggezza intuitiva e della sua vitalità.
Il “risveglio del femminile” e dei valori connessi all’archetipo femminile, non è un processo che riguarda solo le donne, ma anche, e soprattutto, gli uomini. Ogni individuo, uomo o donna che sia, ha in sé una componente archetipicamente maschile, legata alla razionalità, all’esteriorità, alla capacità analitica, alla percezione dualistica; e ognuno ha in sé una componente archetipicamente femminile, legata alla sensibilità, all’interiorità, alla capacità di amare incondizionatamente, alla percezione sintetica e unitaria della realtà, al desiderio di unificare, di riunire. Anche gli uomini sono stati vittime di una stereotipizzazione dei sessi e per secoli è stato loro negato il diritto di sentire ed esprimere emozioni, di manifestare sensibilità, di fare ricorso all’intuizione, di utilizzare strategie più collaborative che competitive. Se la liberazione della donna dai luoghi comuni che la riguardano è già cominciata negli ultimi trent’anni, adesso sono gli uomini che possono e devono liberarsi recuperando, ognuno, il diritto di esprimere e manifestare liberamente la propria autenticità la propria complessa natura individuale.

 

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